La solitudine è un sentimento a doppia faccia che divide le persone tra chi la ama e chi la odia, a seconda di come vive l’esperienza dell’isolamento. Generalmente ha una connotazione negativa, motivo per cui è diventata un tema centrale nei percorsi di supporto psicologico. Eppure imparare a stare da soli è un’esperienza che ti accompagna a ritrovare te stessa e il tuo senso della vita.
Origini della solitudine
Oggi viviamo la solitudine prevalentemente come stato emotivo e psicologico, ma in passato era più legata a una condizione fisica e geografica.
L’etimologia di solitudine deriva dal latino “solitudo”, a sua volta nato dall’aggettivo “solus”, ovvero “solo”. Alcune interpretazioni filosofiche collegano la solitudine alla radice “olos” che significa “tutto”. Questa prospettiva cambia l’accezione negativa della solitudine, trasformandola in una risorsa per conoscere sé stessi.
Il concetto di solitudine esiste dall’alba dei tempi e nel corso della storia umana ha mutato spesso il suo significato. La solitudine era degli esiliati, degli eremiti, dei monaci, degli artisti, dei poeti malinconici, oggi è spesso causa di isolamento indotto dai mezzi di comunicazione virtuale.
I primi episodi di isolamento fisico risalgono al paleolitico quando l’uomo si trovava nell’era dei cacciatori e raccoglitori ed era costretto a spostarsi. Trovarsi da solo significava restare scoperto dalla protezione della sua tribù in caso di minacce esterne come i predatori. Secondo alcuni scienziati, la tensione stimolava uno stato di allerta tale da costringerlo a ricongiungersi al gruppo per non morire isolato.
Durante il periodo dell’agricoltura gli umani smisero di vivere in piccoli gruppi per accumularsi in grandi villaggi. Compaiono così le prime divisioni in classi che strutturarono la società. Lo status era diventato il fulcro di appartenenza e tendeva a isolare chi non fosse dello stesso nucleo.
Nel medioevo la solitudine era diventata una punizione. L’esilio era una forma di alienazione che bandiva alcuni individui considerati non idonei a stare nella società. Oppure era una condizione legata alle scelte religiose nate in quel periodo, in cui era necessario praticare la spiritualità vivendo isolati, per affinare la capacità di connettersi al divino.
Nell’attuale società, la sensazione di essere soli ha spostato l’attenzione dalla comunità all’individualità. Dalla campagna alla città, una migrazione su larga scala che ha amplificato il fenomeno di alienazione in cui si è vicini fisicamente, ma totalmente lontani emotivamente.
Anche l’entrata dell’era digitale ha contribuito a creare maggiore distanza tra gli individui, integrando una solitudine chiamata “strutturale”: un mondo costantemente iperconnesso, ma povero di contatti fisici e connessioni profonde.
Quindi la solitudine è passata dall’essere una condizione salvavita a una psicologicamente distruttiva poiché l’essere umano cerca la presenza non solo fisica, ma anche e soprattutto emotiva dei propri simili per sentirsi di appartenere a un gruppo senza risultare invisibile. Quando manca la connessione, il nostro cervello – che conserva la biologia dei nostri antenati – attiva lo stesso segnale di pericolo creando tensione che alza il cortisolo, l’ormone dello stress.
Discernere la solitudine
Nella società moderna vediamo un’impennata di persone che soffrono la solitudine e non dipende dalla quantità, ma dalla qualità con cui si intrecciano i rapporti umani.
La solitudine non è stare da soli, ma sentirsi soli in mezzo agli altri.
Nel bene o nel male, la solitudine è un’esperienza umana imprescindibile. Si tratta di un’ombra che ci accompagna da quando nasciamo a quando moriamo. Ogni attimo che viviamo lo stiamo facendo in solitudine. Non esiste una solitudine che ci rende felici perché ci convincono di averla scelta. Esiste il modo con cui scegliamo di viverla per renderci felici.
Avvento della tecnologia
Se nel passato era fondamentale restare uniti per proteggerci dai predatori, oggi isolarsi fisicamente è diventato la normalità, soprattutto con l’avvento della tecnologia.
Smettere di rivolgersi agli amici per confrontarsi, usare l’intelligenza artificiale per chiacchierare, chiedere consigli o sfogarsi, persino come sostituto dello psicologo, sta soppiantando il ruolo sociale umano che richiede più tempo, empatia e pazienza. Sebbene usare l’IA possa essere utile per alcuni contesti, in altri sta creando una piaga sociale preoccupante.
Il punto è che credere che possa davvero colmare un vuoto emotivo è un’illusione. La perfezione con cui gli algoritmi rispondono alla conversazione, simulando la presenza umana, mi fa riflettere sul bisogno globale di compagnia e di accoglienza. La solitudine dovrebbe essere vista come una condizione che ti rende libera, invece per molti è diventata una gabbia che isola. Sono preoccupata per il futuro delle nuove generazioni e per il rischio che non siano più in grado di interagire tra loro, portando l’umanità a un’alienazione profonda e alla regressione dell’evoluzione della specie.
In questo frangente, avvicinarsi al minimalismo potrebbe essere un valido aiuto, poiché contribuisce a liberare la mente dalla schiavitù del sistema e a ricercare il contatto con la realtà umana. Se la filosofia del minimalismo insegna che meno è avere di più, allora meno virtuale e più reale.
Illusione dei contatti
Bisogna sottolineare come l’essere fisicamente soli sia soltanto uno stato momentaneo, rispetto al sentirsi isolati che è invece uno stato della mente, slegato dalla presenza o meno di altre persone e destinato a durare più a lungo.
Il perché soffriamo la solitudine trova risposta in molti contesti.
A volte si tratta di distanza fisica perché magari hai cambiato città, oppure di mancanza di tempo perché sei talmente assorbita dalla quotidianità che negli anni non sei riuscita a mantenere vive le relazioni, ritrovandoti sola. Oppure si è trattato semplicemente di una selezione naturale, ma non hai avuto il tempo o il modo di coltivarne di nuove.
Altre volte riguarda la qualità delle relazioni. Frequentare amici, compagni, conoscenti, colleghi o parenti che non sono allineati alle tue idee o ai tuoi valori. Se per alcune cerchie sociali non puoi scegliere, ma sei costretta a conviverci – come nel caso dei colleghi e dei parenti – per altre puoi decidere di non frequentarle e di cambiare giro. Spesso però la paura dell’abbandono e il timore di restare sola non ti incoraggiano a rinnovare i tuoi contatti per circondarti di persone davvero nutrienti.
Riallacciandomi al discorso sull’intelligenza artificiale e la tecnologia, uno dei contesti emblematici è l’illusione di avere molti follower, quando di fatto le relazioni autentiche si riducono a pochissimi numeri.
Condizioni di solitudine
Oltre alla qualità delle relazioni, ci sono altre condizioni di solitudine.
- Nella società moderna, la solitudine si è diffusa ampiamente, soprattutto tra i giovani e gli anziani. L’impatto della pandemia ha contribuito ad acuire la percezione negativa dello stato di isolamento. Si tende a biasimare la persona solitaria come se fosse un’anomalia del sistema. A volte, il pregiudizio ci porta a relazionarci per forza per non aggiungere ulteriore insicurezza, inficiando la ricerca di spazio per farsi domande e crescere emotivamente.
- Anche passare la vita a soddisfare le aspettative della società, per poi capire (quando si pensa sia troppo tardi) che non era la strada che volevi. Come ad esempio, seguire un percorso di studi prestabilito, trovare un lavoro a tempo pieno e indeterminato, sposarti con l’uomo della vita, generare almeno due figli e invecchiare facendo la nonna a tempo pieno. Ma non tutti vogliono davvero questo tipo di vita. La presa di consapevolezza potrebbe generare una mancanza di appartenenza a un gruppo con gli stessi ideali e sentirci disconnessi, soli e incompresi, rifiutati dalla famiglia e dalla società.
- Scegliere di andare controcorrente rispetto al tuo gruppo di origine, è un altro motivo per cui ci si trova isolati. Come scegliere uno stile di vita particolare, una religione diversa, una scelta alimentare e così via.
- Paragonare la propria vita a quella degli altri, che sia reale o virtuale. Le persone difficilmente mostrano le brutture della propria vita perché vogliono preservare la reputazione. I social sono il luogo ideale per fare paragoni con la propria vita percependo frustrazione di essere di meno o in ritardo.
- Restare ancorate a persone disfunzionali o tossiche per paura di restare sola, oppure subire violenze e abusi e non avere la forza di uscirne, o sentirsi derisi e “bullizzati”. Possono anche volerci anni prima di maturare la consapevolezza di essere dipendenti da qualcuno.
- Un altro contesto molto frequente, ma spesso sottovalutato è quando si sperimenta una malattia invalidante che genera ansia, oppure durante il periodo dell’invecchiamento in cui non accettiamo il cambiamento del corpo e quindi il confronto con altri individui diventa centrale.
- Ci sono momenti in cui ci si può sentire tristi e soli come stato passeggero. Ma quando la solitudine diventa depressiva, si radica profondamente e influenza le tue scelte quotidiane, diventando uno stato dell’essere. Si tratta di una condizione psicologica alienante in cui ti senti isolata e incompresa, anche se magari sei una persona estroversa e piena di contatti oppure hai una relazione. A lungo andare si può trasformare anche in una patologia che si manifesta nel corpo con le tanto nominate malattie psicosomatiche.
Teoria dell’attaccamento
Esiste anche la solitudine strettamente legata al passato che non riesci a lasciare andare e che continua a identificarti. Quel rifiuto della mamma o l’abbandono del papà che non riesci a metabolizzare e accettare, per cui ti senti malinconica anche in mezzo a tante persone e non riesci a colmare il vuoto che si è creato dentro.
La solitudine, però, non è vuoto, ma spazio da riempire. Uno spazio che probabilmente non è stato colmato dalle figure di riferimento quando eri piccola. Talvolta è uno spazio lasciato vuoto per errore, ma che la mente elabora come grave perdita, segnando nell’inconscio delle profonde ferite emotive che ti porti dietro da grande.
La difficoltà a passare del tempo con te stessa può indicare una mancanza di accettazione del tuo passato, per trasformare ciò in cui hanno fallito i tuoi genitori in qualcosa in cui tu invece potresti avere successo.
Stili di attaccamento
Secondo la teoria dell’attaccamento ideata dallo psicologo John Bowlby e ampliata da Mary Ainsworth, l’esperienza della solitudine e il bisogno di appartenenza possono iniziare già nei primi anni di vita attraverso le interazioni con nucleo di accudimento.
I genitori sono le ancore primarie di un bambino che si affaccia per la prima volta nel mondo. Non sono esseri perfetti e talvolta i loro sbagli possono creare delle lacerazioni difficilmente gestibili. Magari una mamma stanca dal lavoro che non è pronta ad ascoltare i bisogni di un figlio oppure un genitore introverso che non riesce a esternare il proprio affetto lasciando dubbi, una mentalità che crea un divario generazionale. Diverse situazioni in cui si sperimenta, sin da bambini, il senso di isolamento, abbandono e rifiuto.
Per questo nascono personalità con un attaccamento sicuro, insicuro evitante, ansioso (o dipendente) o disorganizzato. La persona che mostra un attaccamento sicuro è un individuo con un passato equilibrato oppure che ha già fatto un percorso in cui ha potuto fare pace con il passato. Gli altri stili, invece, rispecchiano delle personalità disfunzionali che purtroppo coprono la maggior parte della popolazione. Dove l’ansioso si avvicina e l’evitante si allontana, il disorganizzato fa entrambe le cose contemporaneamente, bloccandosi in un conflitto emotivo irrisolvibile.
Il rapporto disfunzionale tra genitore e figlio avrà ripercussioni durante tutta la crescita e potresti avere una sensazione persistente di solitudine senza capire il motivo. Ne risente l’autostima che condiziona la percezione di valore e quindi il rapporto con gli altri. Diventa causa della sofferenza che spesso sentiamo oggi e soltanto affrontando il problema si può riconoscere quanto ci intrappola, fino a restare identificati in esso con un dialogo interiore negativo.
Motivo per cui ci sono diverse campagne di sensibilizzazione verso la cura psicologica di infanti e adolescenti per accompagnarli nel mondo degli adulti come esseri consapevoli e maturi, scardinando l’idea che debba essere un altro essere umano a colmare il vuoto senza che la delusione di aspettativa insoddisfatta possa creare un ulteriore divario relazionale portando al definitivo isolamento.
Dipendenza affettiva
La dipendenza affettiva è una caratteristica della personalità con attaccamento ansioso. Si vive in funzione di un altro essere umano, riponendo la propria felicità nelle sue mani, e quando questo viene a mancare, lo si vive come un rifiuto. Si forma un vuoto che amplifica la percezione di solitudine, portandoci alla chiusura totale di noi stessi. Non ci prendiamo la responsabilità e incolpiamo gli altri che siamo soli a causa delle loro scelte, escludendo qualsiasi nuovo rapporto umano. Questa trasmutazione emotiva è anche tipica della personalità insicura evitante.
Oggi, consapevolmente, puoi scegliere di vivere la solitudine come un momento di ricostruzione della tua energia e del tuo tempo, per trarre beneficio e nutrimento. Siamo esseri sociali, abbiamo il bisogno intrinseco di appartenere ai nostri simili e di sentirci visti. Se, quando eri piccola, non avevi il potere di scegliere come farti accudire dai tuoi genitori, da grande puoi scegliere di curare te stessa, anche attraverso la cura per gli altri.
Affrontare una perdita
Uno dei maggiori temi in cui la solitudine si fa sentire è quando affronti una perdita, che sia la fine di una relazione importante oppure un lutto di una persona cara o anche di un animale d’affezione.
Non è facile superare il dolore della perdita, soprattutto quando si tratta di genitori o figli, è un’esperienza profondamente personale che si manifesta in modi diversi: rabbia, tristezza, nostalgia, solitudine. L’elaborazione della perdita è un processo trasformativo, dove impariamo a convivere con il dolore. Non sarà mai un processo definitivo perché il vuoto lasciato da altri, non potrà essere realmente colmato, se non attraverso il ricordo.
Elaborazione del lutto
La perdita di una persona cara, intesa come lutto, è stata oggetto di discussione di diverse figure di spicco. Benché ci siano diverse teorie sul superamento di una perdita permanente, ogni fase descritta non ha un lasso temporale e nemmeno una linearità. Ogni fase può essere vissuta e rivissuta, senza tempo e ordine prestabilito.
Il lutto è un periodo medio lungo in cui si affrontano dei momenti emotivi, per elaborare la perdita di una persona. Le teorie di psicologi e psichiatri offrono importanti spunti di riflessione sul processo del lutto. Tuttavia, la mia esperienza personale (dopo la scomparsa di mio padre nel gennaio 2025) e le mie osservazioni mi hanno portata a sviluppare una visione più personale di questo percorso, che si articola in tre momenti principali: sorpresa, elaborazione e distaccamento.
- La prima fase, che accade nel momento in cui la persona muore, è la sorpresa. Come se non ti sembrasse vero che sia successo, e se anche riesci a razionalizzare l’accaduto, non riesci comunque a crederci del tutto. Durante le prime ore, possono comparire le emozioni di rabbia e di rifiuto, oltre al dolore profondo per la scomparsa.
- Dopo un primo momento di stordimento, ti arriva la consapevolezza. Il dolore e il disorientamento per la perdita diventano tuoi compagni per un certo periodo. Possono nascere sintomi di ansia, di insonnia, rimuginio e persino dolori fisici. Si può sperimentare la rabbia e l’impotenza, alternati da sentimenti di autodistruzione. Il bilico emotivo ti accompagna ad elaborare il lutto e a comprendere che la vita è anche questo. Inizi ad affrontare la rassegnazione e l’accettazione che la persona non c’è più e che solo attraverso il ricordo nella memoria resterà in vita.
- Ad un certo punto, il dolore della perdita di una persona, inizierà ad essere meno forte. Questo è il momento di riorganizzare la tua vita, permettendoti di andare avanti. Avverti un distacco emotivo verso il dolore e la morte, lasciando vivido il ricordo dei momenti belli, tralasciando quelli brutti. In questa fase sopraggiunge anche il perdono delle mancanze, dove sentirai la sensazione di liberazione e pace con il defunto.
Superare il dolore
In realtà non esiste un modo univoco per superare il dolore di una perdita, ma con tanta consapevolezza è possibile raggiungere un equilibrio interiore. Nella fase di elaborazione devi avere tanta pazienza con i tuoi sentimenti. Se posso offrire un suggerimento veramente importante, ti direi che concedersi del tempo è fondamentale per elaborare una scomparsa.
Affrontare il tema della morte, ma anche della separazione – attraverso la spiritualità – ti aiuta a convivere con il dolore e a non soffocare le tue emozioni, anche quelle negative, iniziando ad avere cura della tua vita. Il processo è un cammino personale e ognuno di noi lo vive in un modo tutto suo, alcuni vogliono restare da soli e altri hanno bisogno di compagnia.
Lascia che il tempo scorra e vedrai, che a un certo punto, tutto ti sembrerà più leggero. Non significa che ti sei dimenticata di quella persona. Semplicemente hai iniziato a fare pace con il dolore della perdita e riesci a integrare, nella tua giornata, la sua essenza, senza sentire un peso sul cuore.
Trasmutare la solitudine
Non esiste una magia che trasmuta la solitudine in uno stato sempre piacevole. Spesso si tratta di un sentimento soggettivo slegato da un contesto oggettivo come l’assenza fisica di contatti. Soltanto tu puoi scegliere come uscire dal tuo stato di isolamento con la consapevolezza che tutto è ciclico: niente dura per sempre!
In giro troverai validi consigli che ti dicono di uscire e parlare con le persone, cercare nuove passioni e fare dei corsi, iscriverti a ballo o teatro, andare in palestra, fare volontariato, insomma frequentare luoghi di aggregazione. Sinceramente penso che, prima di aprirti a nuove esperienze, sia necessario farti attraversare dalla solitudine per comprendere le origini della tua inquietudine interiore.
Aver attraversato la vita senza mai aver sperimentato la solitudine significa non aver mai conosciuto se stessi. Non aver mai conosciuto se stessi significa non aver mai conosciuto nessuno. [Joseph Wood Krutch]
La solitudine è un momento di crescita interiore, un’opportunità per conoscersi davvero, sviluppare talenti, indipendenza, conoscenza, autostima, essere finalmente libera e responsabile della tua vita.
Cambia la narrazione
Imparare a convivere con il tuo spazio ti permette di approfondire gli angoli inesplorati di te, senza sentire il peso del giudizio. Il potere di scelta è l’unica arma che hai a disposizione per cambiare la narrazione con cui vivi la solitudine. Ti suggerisco alcuni modi:
- Onora lo spazio e il tempo che passi da sola. Coltiva nuovi interessi, rispolvera i vecchi passatempi, entra nel flusso creativo, dedica attenzione al benessere del tuo corpo, connettiti alla natura, cura e abbellisci la tua casa, riscopriti. Se hai il coraggio di ascoltare la solitudine, scoprirai quanto ha da dirti su chi sei davvero.
- Per iniziare, riprendi i vecchi contatti che hai lasciato nel dimenticatoio. Non importa se non ti rispondono subito come ti aspetti, lascia che l’energia torni a circolare.
- Scegli di diventare la persona che vorresti avere al tuo fianco. La tua energia attrae i tuoi simili. Entra in gruppi delle tue stesse passioni e raccontati. Se da una parte mostrarti vulnerabile può farti provare vergogna o rischiare il rifiuto, dall’altra ti permette di non cadere nella trappola dell’eremita, dove l’isolamento si “traveste da lusso per pochi” nascondendo in realtà un disagio interiore.
- Riconosci il tuo cambiamento e non restare ancorata a persone che non ti nutrono più. Ogni tanto esci dagli schemi delle tue solite abitudini. Fai quello che non hai mai fatto. Diventa intraprendente, iscriviti a eventi, magari proprio a quelli che non ti convincono del tutto. Potresti scoprire che invece sono la svolta. Cerca nuovi contatti, esplora nuove cerchie sociali, frequenta luoghi diversi dal solito.
- Fai volontariato. Creare connessioni di fiducia con altre persone o specie animali che hanno bisogno di te, ti arricchisce profondamente e innalza la tua autostima.
- Non aspettare di essere cercata. Prendi coraggio per superare la timidezza e non restare delusa da un eventuale rifiuto. Accetta che le persone siano impegnate e che non sempre siano disponibili.
Solitudine: nemica o alleata?
Molte donne soffrono la solitudine, in particolare dopo una separazione. Trovarsi di fronte a sé stesse, amplifica la sensazione di sentirsi sole. E in questa condizione puoi scegliere se fare della solitudine un’alleata oppure un’acerrima nemica. Nella mia vita è stata entrambe le cose e quando era una nemica mi ha permesso di ritrovare il coraggio e rafforzare la resilienza, per rinascere più forte e più determinata ad affrontare il mondo. Le sono stata grata per avere avuto dello spazio di decompressione in cui stare, per rigenerarmi. Tutto dipende da come scegli di utilizzare il tuo stato d’animo.
Quando mi sentivo sola, vivevo il sentimento come una condizione di mancanza e non riuscivo a nobilitare la solitudine. Cercavo negli altri l’eco dell’approvazione e quando non tornava indietro, mi sentivo triste e svuotata. Poi ho capito che quell’eco potevo generarlo da sola, cercando dentro di me la frequenza che mi risuonasse. Sono diventata testimone delle mie esperienze. attraverso la narrazione interiore.
La ricerca di validazione dall’esterno ha smesso di dominare i miei bisogni e ho imparato a vivermi. Non sempre è necessario trovare persone che viaggiano alla nostra stessa frequenza, è sufficiente cercare nei posti che amiamo per sentirci connessi: scrivendo nel diario, scattando delle fotografie, osservando la natura, curando gli animali, collezionando oggetti particolari che ci emozionano, creando con le mani, leggendo. Insomma, dedicandoci a tutte quelle attività che sentiamo come nutrimento. L’esperienza non sempre ha bisogno di essere condivisa, l’importante è saperla sentire con i sensi per darle un valore terapeutico.
Se ti va, puoi scrivermi per raccontarmi la tua storia.